
Quando gli amici pittori Franco Sarnari e Piero Guccione, mi proposero di "pensare" a riempire lo spazio che era stato creato alla fine del Corso
Francesco Mormina Penna, con la macina di mulino da me costruita in ricordo di mio padre, confesso che accettai con gioia. Perchè una macina?
La macina è stata nei secoli passati lo strumento necessario con il quale si frantumava il grano per trasformarlo in farina e poi in pasta o in pane
fragrante, gustoso, indispensabile alimento per poveri e ricchi.
La macina è stata motivo di sopravvivenza per molte famiglie. Era un'arte vera e propria "cavare la pietra" per sagomare le singole parti che,
assemblate poi, avrebbero costituito le grosse macine. Costruire macine fu l'arte di mio padre. A lui ho dedicato questo mio lavoro, questa mia
fatica, alla Sua memoria e alla memoria di quanti spesero tutta la loro vita a cavare macine dalla dura pietra di "San Biagio"; a quanti lavorarono
i campi perchè dessero messi copiose per allontanare il ricorrente spettro della fame; a coloro che si nutrirono di quel pane per poter sopravvivere alla miseria, alle siccità, all'epidemie affinchè noi potessimo ora, figli del loro passato, raccontare le loro vite a chi verrà dopo di noi. Non a caso alla fine del "Corso" cuore pulsante della città ricostruita dopo il terremoto del 1693, questa macina ha una ragione d'essere posta. La macina è l'emblema di quella civiltà contadina che seppe costruire magiche prospettive barocche, alimentò la vita che si svolgeva fra i palazzi e gli spazi di questa splendida strada fino a conservarne una memoria gelosa per noi.
Fu in questa strada, la via Francesco Mormina Penna, che l'UNESCO nel giugno 2002 ha inserito nel Patrimonio dell'umanita, che i nostri Padri, sulle rovine di un vecchio monastero, eressero imponentissimi palazzi del potere ed è stato qui che si ragionava della politica; era qui che la musica diventava momento di aggregazione cultura per tutti; era qui che anche il più povero di questa Gerusalemme poteva ricevere l'ultimo saluto, l'addio di un microcosmo nel quale spesso il servo si era scoperto un "uomo" e la lotta per la sopravvivenza si era trasformata in lotta di classe; era qui che la città commemorava i suoi figli migliori.
Così la civiltà contadina ci ha restituito nel tempo un modello di coesione, un'amalgama in cui i valori della famiglia, dell'onore, della libertà erano
considerati sacri ed irrinunciabili. Con malinconia, ripensando ad essa, oggi, dopo aver assistito al tramonto della società industriale e
post-industriale, noi uomini del nostro tempo vorremmo poter ritrovare quel mondo, i sapori di un tempo. Una macina non potrà certo riportare
indietro le lancette dell'orologio della storia, potrà però testimoniare un passato, monumento ora e non più attrezzo sotto il sole di sempre.
Dott.Gaetano Mormina
(Dibattito)